Guarire dentro non è una linea retta – Cadute, ricadute e momenti di crisi nel percorso di crescita interiore
Possiamo sbagliare e continuare a crescere. Possiamo avere bisogno degli altri e restare persone autonome. E possiamo attraversare una crisi senza negare tutto il lavoro fatto prima.
Quando iniziamo un percorso di crescita interiore, forse la cosa che desideriamo di più è arrivare da qualche parte.
Soprattutto, vorremmo stare meglio, sentirci finalmente liberi da certe paure, dubbi, insicurezze. Vorremmo liberarci da vecchie ferite, da quei meccanismi che si ripetono anche quando abbiamo promesso a noi stessi che non lo avremmo più fatto. E vorremmo comprendere, trasformare, lasciar andare.
In particolare, vorremmo che, una volta compreso qualcosa, non fosse più necessario tornarci sopra. Come se la consapevolezza fosse una porta che, una volta attraversata, non potesse più essere riattraversata. Come se capire significasse essere finalmente guariti. Come se riconoscere un nostro meccanismo fosse sufficiente a impedirci, per sempre, di ricaderci.
E forse è proprio qui che il percorso di crescita interiore ci sorprende. Perché a volte accade che, dopo aver fatto tanta strada, ci ritroviamo esattamente davanti a qualcosa che pensavamo di aver già attraversato: una paura che credevamo superata; una vecchia insicurezza; una reazione che pensavamo di aver lasciato andare; un’emozione che ritorna, magari proprio quando ci sentivamo finalmente più forti.
E allora può comparire una domanda, spesso accompagnata da una certa delusione: “Ma insomma… non avevo già lavorato su questo?”
In realtà la crescita interiore raramente funziona così. Non è un percorso lineare, fatto di problemi che affrontiamo uno alla volta: li comprendiamo, li risolviamo e poi li archiviamo per sempre.
Non siamo un elenco di cose da sistemare. E nemmeno la consapevolezza è una sorta di traguardo definitivo, raggiunto il quale certe parti di noi smettono magicamente di esistere.
Ci sono aspetti di noi che possiamo comprendere a un certo punto del cammino e che, più avanti, possono tornare a farsi sentire. Non necessariamente perché non li abbiamo compresi abbastanza. Forse perché noi, nel frattempo, siamo cambiati, e ciò che incontriamo oggi non è esattamente ciò che avevamo incontrato allora.
Possiamo tornare davanti alla stessa paura, alla stessa ferita, allo stesso meccanismo, ma farlo da un luogo diverso. Con più strumenti, con una consapevolezza che prima non avevamo, e con una capacità maggiore di riconoscere ciò che accade dentro di noi. E forse anche con la possibilità, questa volta, di scegliere diversamente.
Per questo credo sia importante distinguere tra tornare su qualcosa e tornare indietro. Perché non si tratta della stessa cosa.
A volte abbiamo semplicemente bisogno di attraversare nuovamente una parte del nostro percorso, ma da una prospettiva nuova. Come quando percorriamo una strada che abbiamo già fatto: il paesaggio può sembrarci lo stesso, ma noi non siamo più necessariamente le persone che lo hanno attraversato la prima volta.
La guarigione non è una linea da percorrere
Siamo abituati a pensare alla crescita come a un movimento verso l’alto. Prima non sapevo, adesso so. Prima soffrivo, adesso sono guarito. Prima reagivo d’istinto, adesso sono più consapevole.
Ma dentro di noi non esistono linee così ordinate. La nostra storia è fatta di strati.
Ci sono esperienze che abbiamo attraversato, emozioni che abbiamo imparato a riconoscere, parti di noi che abbiamo iniziato ad accogliere e altre che forse hanno ancora bisogno di tempo.
E può succedere che qualcosa che pensavamo di avere già elaborato torni a bussare. Non perché abbiamo fallito, ma piuttosto perché siamo pronti a incontrarlo in un modo diverso.
La stessa ferita può essere guardata da una versione diversa di noi, rispetto a quella che eravamo qualche anno fa, o qualche mese fa, o persino qualche giorno prima.
E questo cambia tutto.
Una ricaduta non cancella il cammino
Quando torniamo dentro una vecchia modalità, il primo impulso può essere quello di giudicarci.
“Ci sono ricascat*.” “Non cambierò mai.” “Pensavo di essere oltre questa cosa.”
Ma una ricaduta non cancella automaticamente la consapevolezza che abbiamo acquisito. Anzi, a volte proprio il fatto di accorgerci di ciò che sta accadendo rappresenta una forma di cambiamento.
Forse prima vivevamo quella dinamica senza nemmeno riconoscerla, mentre oggi la riconosciamo. Forse prima ci identificavamo completamente con quella paura, mentre oggi riusciamo, anche solo per un istante, a osservarla con distacco. Forse prima pensavamo che quella fosse semplicemente la nostra personalità, e ora iniziamo a comprendere che è una modalità che abbiamo sviluppato per proteggerci.
Il comportamento può essere tornato. Ma noi non siamo necessariamente gli stessi.
E questa differenza merita di essere riconosciuta.
Non tutto ciò che ritorna deve essere sconfitto
C’è un’altra trappola nella quale possiamo cadere quando ci avviciniamo alla crescita interiore: pensare che il nostro obiettivo sia eliminare tutto ciò che non ci piace di noi.
La paura deve sparire. La rabbia deve dissolversi. L’insicurezza deve andarsene per sempre. Il bisogno di approvazione deve essere reciso. Ogni parte fragile di noi va eliminata.
Tuttavia, la guarigione interiore non consiste nel diventare persone che non provano più certe emozioni, bensì consiste nell’imparare ad ascoltarle senza giudicarle e senza esserne completamente governati.
Possiamo avere paura e non essere soltanto la nostra paura. Possiamo sentirci fragili e non considerarci deboli. Possiamo attraversare un momento di confusione senza concludere che abbiamo perso la nostra strada. E possiamo riconoscere una parte di noi che ancora soffre senza doverla rifiutare.
Forse alcune parti di noi non chiedono di essere eliminate, chiedono semplicemente di essere finalmente ascoltate e integrate.
Ci sono momenti in cui il cambiamento sembra fermarsi
La crescita interiore non è fatta soltanto di intuizioni, epifanie e grandi trasformazioni. Gran parte del lavoro avviene sottotraccia. Nel silenzio, nelle giornate apparentemente normali, nella ripetizione, nei ritorni, nello scegliere diversamente, ad esempio nel fermarsi prima di reagire, o nel dire un no che un tempo non avremmo saputo pronunciare. E ancora, magari nel riconoscere un bisogno, nell’iniziare a chiedere aiuto, nel concederci una pausa senza sentirci in colpa.
Sono cambiamenti piccoli, talmente piccoli che spesso non li consideriamo nemmeno cambiamenti. Eppure, sono proprio questi gesti quotidiani a costruire, lentamente, una relazione diversa con noi stessi.
E poi arrivano i giorni difficili
Ci sono giorni in cui tutto sembra funzionare, e altri in cui una sola cosa basta a farci sentire nuovamente fragili.
Questo può essere frustrante, soprattutto quando pensavamo di essere finalmente “a posto”.
Forse dovremmo smettere di utilizzare questa espressione. Insomma … A posto rispetto a cosa?
La vita continua a cambiare. Noi continuiamo a cambiare. Le relazioni cambiano, le circostanze cambiano.
Ogni fase della vita può portare con sé nuove domande, e non possiamo sapere quale parte di noi avrà bisogno di attenzione domani.
Possiamo invece imparare a non spaventarci ogni volta che incontriamo una parte che conosciamo già, ma accoglierla, stare nel flusso.
A volte crescere significa tornare
C’è una frase che può sembrare paradossale: a volte, per andare avanti, dobbiamo tornare indietro.
Tornare a un’emozione. A un ricordo. A una domanda rimasta sospesa. A una parte di noi che avevamo imparato a tenere lontana.
E questo tornare non significa “rimanere lì”, significa invece guardare a quella cosa con occhi nuovi.
Forse è questo che rende il percorso interiore così diverso da una mera corsa verso una meta. Perché non si tratta di diventare qualcun altro, bensì di imparare a conoscerci più a fondo. Imparare a riconoscere le diverse parti di noi, quelle che ci piacciono di più e quelle che ci piacciono di meno. Imparare a fare spazio anche a ciò che per molto tempo abbiamo considerato scomodo. E ad integrare, invece di dividere.
La pazienza di non essere ancora arrivati
Viviamo in una cultura che ama i risultati visibili, eclatanti. Il prima e il dopo. Gli obbiettivi raggiunti, i traguardi superati, le trasformazioni evidenti.
Così anche la crescita personale rischia, a volte, di diventare una nuova forma di prestazione. Ci viene chiesto di essere più consapevoli, più centrati, più evoluti, più capaci di gestire le nostre emozioni.
Ma la crescita non dovrebbe diventare l’ennesimo modo per dirci che non siamo abbastanza. Possiamo essere in cammino senza essere già arrivati, possiamo avere ancora delle ferite e contemporaneamente essere persone profondamente consapevoli. Possiamo sbagliare e continuare a crescere. Possiamo avere bisogno degli altri e restare persone autonome. Possiamo attraversare una crisi senza negare tutto il lavoro fatto prima.
Forse guarire significa tornare a noi
Forse la parola “guarigione” ci porta a pensare alla fine di qualcosa, come la scomparsa di un dolore, una risoluzione definitiva.
Ma la guarigione interiore, forse, può essere anche qualcosa di diverso. Può essere un progressivo ritorno a noi stessi, alla nostra autenticità, alla capacità di ascoltarci nel profondo. Alla possibilità di stare dentro ciò che sentiamo senza dover immediatamente scappare. Alla libertà di riconoscere ciò che siamo senza vergognarci delle parti che ancora stanno imparando.
E allora anche una giornata difficile può trovare un posto diverso nella nostra storia. Non un fallimento, non una prova che siamo tornati indietro. Semplicemente come un giorno del nostro percorso. Un giorno in cui forse abbiamo bisogno di fermarci, di respirare, di chiedere una mano, di essere più amorevoli con noi stessi.
E poi ripartire, non dalla casella iniziale, ma da dove siamo.
Perché il cammino che abbiamo fatto non scompare soltanto perché oggi facciamo fatica a sentirlo. E forse questa è una delle forme più profonde di guarigione: non smettere mai di tornare a noi, anche quando per un momento ci siamo persi.