Praticare senza guida: cosa succede quando la direzione non arriva dall’esterno?
La pratica individuale è un movimento imprevedibile e dinamico, è un modo diverso in cui la pratica esiste, con altre qualità, limiti, e possibilità.
Praticare in autonomia cambia la qualità della pratica? Quando non c’è nessuno che ci dica cosa fare, nessuna voce che ci guida, nessuna indicazione né sequenze già costruite, come ci sentiamo?
Questa è la riflessione che vorrei invitarti a fare oggi con me.
Quando la struttura non c’è più
Non è una domanda astratta. È qualcosa che accade, prima o poi. Ci ritroviamo sul tappetino e non c’è nessuno a guidarci, nulla da seguire. Nessuna traccia già pronta, nessun ritmo suggerito, nessuna direzione che arrivi dall’esterno.
All’inizio può sembrare semplice: abbiamo già praticato, magari pratichiamo yoga da anni, e conosciamo già molti asana (posizioni). Conosciamo il nostro corpo e le sue risposte alle posizioni.
Eppure, senza una guida, qualcosa si sposta. Non tanto nel fare, ma nel modo in cui iniziamo a stare dentro ciò che facciamo.
Da dove si comincia
La prima cosa che emerge spesso è una sospensione. Una sorta di pausa interrogativa: da dove parto? Inizio subito a muovere il corpo, o resto ferma, chiudo gli occhi, mi concentro sul respiro e attendo che qualcosa emerga?
Sono domande che nella pratica guidata non emergono, perché in quel contesto ci affidiamo all’insegnante.
Ma nella pratica individuale, queste domande possono emergere, perché senza una guida esterna, è la guida interna che si attiva, e ogni scelta torna ad essere nostra.
Lo spazio delle possibilità
Nella pratica accompagnata esiste sempre una direzione, anche quando è molto morbida.
Possiamo seguirla, modificarla, adattarla, ma comunque c’è.
Quando non siamo accompagnati, la direzione non c’è più in modo evidente. E questo apre uno spazio, che non è un vuoto. E non per forza deve essere riempito. È però uno spazio reale, in cui tutto è possibile. Ma proprio per questo, a volte, fatichiamo a “starci”.
Il tempo cambia forma
Anche il tempo, senza guida, si trasforma. Ovviamente non nel senso della durata, ma della nostra percezione in quel momento.
Una posizione potrebbe durare molto più del previsto, senza che qualcuno ci accompagni a uscirne. Forse semplicemente perché noi abbiamo bisogno di starci dentro più a lungo.
Oppure il contrario: entriamo ed usciamo rapidamente, senza fermarci davvero. Non c’è più un ritmo che ci conduce. C’è un tempo che si costruisce mentre pratichiamo, e non è sempre lineare.
Come riempi lo spazio
In questo spazio, emerge qualcosa che potrebbe risultare meno visibile nella pratica guidata: il modo in cui stiamo nel fare.
C’è chi si muove subito, senza pause. Come se il vuoto fosse difficile da sostenere.
E poi c’è chi resta ferma più a lungo, come sospeso nel “dubbio”. Come se mancassero un punto di partenza e uno di arrivo.
Oppure c’è chi inizia, poi interrompe, poi riprende. E questo non è disordine, è semplicemente quello che appare quando non c’è una struttura esterna.
Poter vedere tutto questo, senza intervenire subito, cambia la qualità dell’esperienza.
Quando nessuno guarda
Un altro passaggio, più sottile, riguarda lo sguardo.
Quando pratichiamo con altri, anche a distanza, c’è sempre una presenza. Una guida, uno sguardo, anche se discreto.
Quando siamo soli, questo elemento scompare. Nessuno vede, nessuno osserva, nessuno potrebbe dire qualcosa sul nostro modo di praticare.
All’inizio può essere liberatorio. Ma può anche, al contrario, farci sentire più insicuri, perché non possiamo appoggiarci a quello sguardo per orientarci.
E allora sorge una domanda: cosa fare quando nessuno ci guarda?
Il momento di fermarsi
Quando siamo guidati nella pratica, l’insegnante ci indica il momento in cui rallentare per poi lentamente arrivare a fermarci. Quel momento arriva senza che noi lo scegliamo, è dettato dall’esterno.
Da soli, invece, lo decidiamo noi, non c’è un segnale esterno. Non c’è una conclusione già tracciata. C’è una decisione da prendere: continuare, o rallentare fino a fermarsi. In base al nostro sentire in quel momento.
Così a volte ci fermiamo prima, altre volte continuiamo più del necessario. Questo è qualcosa che semplicemente, senza guida esterna, diventa evidente.
E non c’è né il “giusto” né il “non adeguato”, c’è quello che è, così come è, nel momento presente in cui lo sperimentiamo, e potrebbe essere ogni volta differente.
L’idea di pratica
Praticare in autonomia mette anche in luce un altro aspetto: l’idea che abbiamo della pratica.
Magari pensiamo ad una sequenza. A un modo “corretto” di iniziare o sviluppare quella determinata pratica quel giorno.
Senza una guida, quell’idea potrebbe restare con noi, ma magari scopriamo che per un pochino la seguiamo, e poi la lasciamo andare. Oppure non riusciamo nemmeno a sentire di poterci “entrare” davvero, e lasciamo andare l’idea di una sequenza precisa, con asana posti in un certo ordine.
Non è mancanza di disciplina. È che, nel momento in cui siamo sol* sul tappetino, senza guida esterna, qualcosa cambia. Non c’è un percorso tracciato, possiamo decidere di improvvisare, camminare lungo un tracciato se ci va, poi magari tornare indietro. E vedere cosa accade, senza aspettative, senza giudizio.
Libertà e disorientamento
Praticare senza guida esterna ha una libertà evidente. Possiamo fare tutto, cambiare tutto, fare una pausa, fermarci, continuare oltre un tempo inizialmente programmato.
Ma questa libertà non è detto che sia sempre facile da sostenere. Perché non è solo possibilità, è anche responsabilità. Nel senso che ogni scelta resta completamente nostra. A volte questo alleggerisce, a volte può disorientare.
Non è una prova da superare
Si potrebbe pensare che praticare in autonomia sia un passo avanti, una forma di indipendenza da conquistare. È necessariamente così?
In realtà praticare autonomamente non è una “prova”, un “livello” più avanzato da raggiungere. È semplicemente un modo diverso in cui la pratica esiste, con altre qualità, altri limiti, altre possibilità.
Quando “non funziona”
Non sempre la pratica autonoma prende forma. Ci sono giorni in cui resta frammentata. In cui iniziamo e ci fermiamo, o in cui non succede molto. Ma questo non vuol dire che la pratica sia meno valida. Si tratta solo di un’esperienza diversa.
E se fosse proprio in questi momenti che la pratica ci mostrasse qualcosa che altrove resta invece nascosto?
Quello che resta
Anche quando la pratica non è lineare, qualcosa di significativo resta. Non sempre qualcosa di evidente, e a volte magari non riusciamo nemmeno a dargli un nome.
A volte resta solo il fatto di esserci stati, di esserci concessi quello spazio. Anche breve, altalenante e incerto. A prescindere da un ipotetico risultato – che comunque non perseguiamo con la pratica. Perché quello che cerchiamo è stare nell’esperienza, respirarci dentro, muoversi al suo interno, osservare cosa spunta in superficie.
Una forma diversa di presenza
La pratica individuale ci espone in modo più diretto: le scelte sono più visibili, non c’è una struttura che dall’esterno ci accompagna.
Quello che accade, è come se fosse “più vicino”, più interiore. E questo può essere per alcuni (o in alcuni momenti) più semplice, per altri (o in altri momenti), più difficile.
Non è sempre prevedibile.
Senza cercare di sistemare tutto
È possibile che ad un certo punto, decidiamo di voler “aggiustare” e dare una struttura alla pratica individuale, senza guida esterna. Definire una sequenza, rendere tutto più coerente.
Da un lato questo potrebbe essere utile, ma potrebbe essere altrettanto utile darsi la possibilità di non intervenire subito, di restare un attimo a vedere com’è. Senza modificare nulla, senza per forza creare una struttura, cercare un metodo, provare a correggere.
Restare disponibili
Non è detto che la pratica individuale sia sempre fluida, anzi spesso è un movimento variabile, imprevedibile, dinamico e magari non esattamente “coordinato”.
Alcuni giorni questo movimento apre, espande, altri giorni resta più difficile.
Più che costruire qualcosa, a mio avviso si tratta di restare disponibili a rimanere in quello spazio senza una guida. A vedere cosa accade quando non c’è qualcuno che tiene il filo.
E non si tratta di una versione “ridotta” della pratica, come se mancasse qualche cosa.
Si tratta semplicemente di un’altra forma. E, proprio per questo, può raccontarci qualcosa che altrove non vediamo.