La voce nella mia testa ha sempre ragione?
Quando smettiamo di vedere un pensiero come una sentenza, dentro di noi può aprirsi uno spazio nuovo.
Ci sono pensieri che non sembrano nemmeno pensieri.
Arrivano con una tale naturalezza che non ci chiediamo da dove vengano, perché siano lì, o soprattutto se siano veri. Pensieri come: non sono capace; non sono abbastanza; faccio sempre gli stessi errori; gli altri sono più avanti di me; non riesco a dire di no; dovrei essere diversa; ormai è troppo tardi.
Li pronunciamo dentro di noi con la stessa convinzione con cui potremmo dire che oggi piove o che una strada porta in una determinata direzione. Ossia non li percepiamo come interpretazioni, bensì li viviamo come descrizioni della realtà oggettiva.
E forse è proprio qui che vale la pena fermarsi.
Infatti, una delle cose più interessanti del nostro dialogo interiore non è soltanto ciò che ci diciamo, ma il fatto che, con il tempo, smettiamo di accorgerci che ce lo stiamo dicendo.
Quando un pensiero diventa una verità.
Un bambino che cade mentre impara ad andare in bicicletta non pensa necessariamente: non sono portato per la bicicletta, non fa per me.
Semplicemente cade, si rialza, magari si arrabbia. E poi riprova, oppure decide che per quel giorno basta.
Quando poi il bambino cresce, con il tempo impara a costruire delle spiegazioni. Ed è così che, diventando adulti, un’esperienza diventa un giudizio su di noi. Un errore diventa una caratteristica intrinseca. Una difficoltà diventa un limite invalicabile. Un rifiuto diventa la prova che non siamo abbastanza.
E così può succedere che una frase che ci diciamo e che è nata da un’esperienza precisa, continui a vivere molto tempo dopo che quell’esperienza è finita. Non ricordiamo più nemmeno quando abbiamo cominciato a pensare in quel modo. Sappiamo soltanto che “siamo fatti così”.
Una frase apparentemente innocua, però, contiene qualcosa di definitivo. Perché quando diciamo “sono fatto così”, spesso non stiamo descrivendo chi siamo. Ma stiamo invece chiudendo una possibilità.
Non tutto quello che penso su di me mi appartiene davvero.
Ci sono pensieri che abbiamo imparato. Alcuni arrivano dalla famiglia, altri dalle relazioni, dalla scuola, dall’ambiente in cui siamo cresciuti, dalle aspettative che abbiamo incontrato. Altri ancora nascono dal confronto. Un confronto che oggi non ha nemmeno più bisogno di essere vissuto.
Ad esempio, entra nelle nostre giornate attraverso uno schermo. Vediamo persone che sembrano avere una vita più interessante, un corpo più armonioso, un lavoro più soddisfacente, relazioni più felici, una maggiore sicurezza, una direzione più chiara.
Naturalmente sappiamo che stiamo guardando soltanto una parte della loro realtà, eppure, da qualche parte dentro di noi, il confronto può continuare a fare il suo lavoro. “Io invece non sono così. Io non sono arrivato lì. Io dovrei essere più avanti.”
Il punto non è convincersi che tutto vada bene così com’è. Il punto è accorgersi che tra ciò che accade e ciò che pensiamo di noi stessi esiste uno spazio. E in quello spazio accade moltissimo.
La voce interiore non è sempre nostra alleata. Ma non è nemmeno un nemico da combattere.
Quando si parla di dialogo interiore, si finisce facilmente in una dicotomia: da una parte c’è il pensiero positivo a tutti i costi, ossia ci imponiamo di sostituire ogni frase difficile con un’affermazione luminosa, per convincerci che possiamo fare tutto, che siamo meravigliosi, che ogni cosa accade per una ragione. Dall’altra c’è la tentazione di considerare la nostra voce interiore come qualcosa da correggere, zittire o eliminare.
Personalmente non credo che sia necessario fare né l’una né l’altra cosa. Un pensiero può essere scomodo senza essere sbagliato. Può dirci qualcosa che non vogliamo ascoltare. Può mostrarci una paura, una fragilità, un bisogno. E allora può valere la pena esplorare dentro di noi, andare un po’ più in profondità. Ma non dimentichiamoci che quel pensiero può essere profondamente parziale, limitato a un solo aspetto.
Il pensiero “non ce la farò” non è necessariamente una previsione. È solo un pensiero. Così come il pensiero “questa cosa andrà male” non è necessariamente una certezza, anch’esso è solo un pensiero. Il pensiero “non sono abbastanza” non è una misurazione oggettiva del nostro valore. È un pensiero che, magari, abbiamo imparato a formulare ripetutamente, con convinzione.
La consapevolezza non consiste nel sostituire ogni pensiero negativo con uno positivo. Consiste, prima di tutto, nel recuperare la possibilità di osservarlo.
C’è una differenza enorme tra “sono” e “sto”.
Una delle trasformazioni più semplici e più profonde passa proprio dal linguaggio. “Sono una persona ansiosa, sono una persona incapace. Sono una persona insicura. Sono una persona che non sa farsi rispettare.” Oppure: “Sto vivendo ansia. In questo momento mi sento insicura. Sto attraversando una situazione nella quale non mi sento capace.”
Non è un gioco di parole. La prima formulazione tende a trasformare uno stato temporaneo, transitorio, in un’identità fissa. La seconda formulazione lascia aperta una possibilità.
Non significa negare ciò che stiamo vivendo. Significa non trasformare automaticamente un momento della nostra vita nella definizione di chi siamo.
Siamo molto più mutevoli di quanto il nostro linguaggio lasci intendere. Possiamo essere coraggiosi in una situazione e spaventati in un’altra. Possiamo sentirci forti oggi e vulnerabili domani. Possiamo sapere esattamente cosa vogliamo in un determinato momento e, qualche tempo dopo, non riconoscerci più nella scelta fatta.
Non c’è necessariamente incoerenza. C’è una persona che cambia, attraversa esperienze, incontra parti di sé che prima non conosceva e, nel frattempo, continua ad evolvere e trasformarsi.
Anche il corpo può raccontarci qualcosa.
A volte il dialogo interiore non comincia con una frase. Comincia con una tensione. Ad esempio: una mandibola serrata, oppure le spalle che si contraggono, o il respiro che si accorcia. La sensazione di dover fare tutto in fretta e magari una stanchezza che continuiamo a chiamare “normale”.
Il corpo spesso arriva prima delle parole.
E forse anche per questo la pratica dello yoga può diventare uno spazio interessante di osservazione. Non perché sul tappetino dobbiamo imparare a pensare nel modo giusto. Anzi, perché, per qualche momento, possiamo accorgerci di quello che succede senza doverlo immediatamente trasformare in una spiegazione.
Rimani in una posizione. Respiri. Il corpo protesta. La mente dice che dovresti uscire. Oppure dice che dovresti resistere ancora. E magari, per una volta, non obbedisci immediatamente né all’una né all’altra. Ascolti. Osservi. Senti.
Non sembra molto. Eppure, può essere una piccola rivoluzione nel modo in cui ci relazioniamo a noi stessi. Perché tra lo stimolo e la risposta compare uno spazio. E in quello spazio possiamo scegliere.
Non dobbiamo credere a tutto quello che pensiamo.
Questa frase è diventata quasi una formula. Ma forse vale la pena prenderla sul serio, senza trasformarla nell’ennesimo slogan da benessere.
Non credere a tutto quello che pensiamo significa ricordarci che la mente interpreta continuamente, cerca collegamenti, anticipa, fa previsioni, protegge, ricostruisce il passato e immagina il futuro.
A volte lo fa anche molto bene. Ma altre volte prende una vecchia esperienza e la usa per spiegare una situazione completamente nuova.
È, ad esempio, il motivo per cui possiamo entrare in una stanza e sentirci immediatamente fuori posto senza che nessuno abbia realmente fatto qualcosa per farcelo sentire. Oppure è il motivo per cui possiamo ricevere un messaggio neutro e leggerlo come una critica. Ed è il motivo per cui una piccola difficoltà può improvvisamente riaprire una vecchia sensazione di inadeguatezza.
La mente non sta necessariamente cercando di sabotarci. Sta cercando di dare un senso a ciò che accade usando gli strumenti che ha. Ma possiamo imparare a non confondere la sua interpretazione con la realtà.
E se il punto non fosse parlare meglio a noi stessi?
Forse il punto qui è ascoltarci meglio, più che parlarci meglio. C’è una differenza.
Parlarsi meglio può diventare facilmente un altro compito da svolgere, un’altra cosa da fare bene, un’altra competenza da acquisire. E così anche il benessere rischia di diventare performance: devo meditare, devo respirare, devo essere consapevole, devo smettere di giudicarmi, devo amarmi di più.
E se invece cominciassimo semplicemente a fare caso a come ci trattiamo? Senza correggerci immediatamente. Senza cercare la frase perfetta. Senza dover trasformare ogni difficoltà in una lezione.
Potremmo accorgerci che, mentre con una persona che amiamo sappiamo essere pazienti, comprensivi e capaci di vedere le sue qualità anche quando sbaglia, con noi stessi utilizziamo spesso un linguaggio completamente diverso.
E allora la domanda non è più: “Come posso pensare positivo?” ma piuttosto: “Che tipo di relazione ho con me stessa / me stesso quando le cose non vanno come vorrei?” È lì che il dialogo interiore diventa davvero interessante. Non quando tutto funziona, ma quando sbagliamo, quando veniamo delusi, quando qualcosa non arriva, quando cambiamo idea, quando abbiamo paura, o quando ci accorgiamo di non essere più la persona che pensavamo di dover essere.
Una voce nuova non deve necessariamente essere più dolce.
Una nuova voce interiore potrebbe essere semplicemente più vera. Forse non serve passare da: “Non sono capace di farlo.” a: “Sono straordinaria/ straordinario e posso fare qualsiasi cosa.” Potrebbe essere sufficiente arrivare a: “Non so ancora se ne sono capace.” È una frase molto meno spettacolare, ma lascia aperta una porta e non nega la paura. Non promette un risultato, e non costruisce un’altra illusione. Semplicemente non decide in anticipo chi siamo, e chi potremmo diventare.
E forse è proprio questo che possiamo cercare nel nostro dialogo interiore: non una voce sempre positiva, sempre calma, sempre sicura. Bensì una voce capace di lasciare spazio: all’incertezza, all’errore, alla possibilità di cambiare idea, alla possibilità di scoprire che una convinzione che ci ha accompagnato per anni non ci descrive più.
Perché non tutto ciò che abbiamo pensato di noi stessi fino a oggi deve necessariamente accompagnarci anche domani. Alcune convinzioni possono essere state utili, altre possono essere state una forma di protezione, e altre ancora possono semplicemente essere diventate obsolete. Accorgersene non significa rinnegare la persona che siamo stati, significa permetterle di non dover essere per sempre la stessa persona.
Allora la domanda da porci potrebbe non essere: “Come faccio a pensare diversamente?” ma invece, ancor più semplicemente: “Questa voce che parla di me… è ancora una voce che voglio ascoltare?”
Non dobbiamo rispondere subito. A volte è sufficiente iniziare a riconoscerla. Perché nel momento in cui riusciamo a vedere un pensiero come un pensiero, e non più come una sentenza, qualcosa cambia. E non è necessariamente un cambiamento esteriore. È più spesso un cambiamento nello spazio che abbiamo dentro. E quello spazio, a volte, è proprio il luogo da cui può avere inizio una possibilità nuova.